Serve Cazzimma: per un nuovo Rinascimento Tech delle Startup

Il Rinascimento non si fa con la prudenza. Si fa con la Cazzimma Napoletana

Questa riflessione è nata qualche tempo fa alla conferenza IEEE Italy sul tema dell’intelligenza artificiale, a cui sono stato invitato al Tecnopolo di Bologna. Perché racconto questo aneddoto in apertura? Perché quando sei immerso nella napoletanità — che qui vorrei definire come un colore, l’azzurro ciano — non riesci a definirlo bene, standoci troppo dentro.

L’Italia è una penisola, ma è fatta di isole d’innovazione. E come accade nel turismo, ci sono isole che hanno una propria identità, dove si respira un modo diverso di fare le cose. Bologna e il Tecnopolo sono quell’isola che non ti aspetti di scoprire, uno di quei luoghi dove l’innovazione sembra respirarsi nell’aria, insieme a un certo ottimismo che sa di futuro possibile.

Durante i lavori con le startup è emersa una riflessione spontanea, che ho archiviato, assorbito, fatta mia, rielaborata, e che ora voglio condividere. Non è “ancora” una teoria,  nasce da un appunto preso sul momento, mentre rispondevo a storie di startupper, innovatori, sognatori.

Fare startup non è una cosa facile

Serve disciplina, più che creatività che pure serve… Chi dice il contrario o non lo ha mai fatto davvero, o sta raccontando solo la parte instagrammabile della storia. Sì, è una cosa difficile. Ed è proprio per questo che serve disciplina. Fare impresa, trovare fondi, non è mai stato uguale per tutti — c’è chi ha più gettoni per provare a farla funzionare. Ma farla funzionare davvero, sì, quello dipende da te.

La disciplina non è rigidità. È struttura. È allenamento. È metodo.

Fare startup significa costruire muscoli — non solo economici, ma mentali, relazionali, emotivi. Muscoli per reggere l’incertezza. Muscoli per assorbire i no. Muscoli per distinguere l’interesse formale dall’interesse reale. Muscoli per continuare quando l’entusiasmo iniziale finisce e rimane solo il lavoro.

Insieme alla disciplina ci devono stare altri valori fondamentali. La costanza: non basta un’idea buona una volta, serve farla crescere ogni giorno, evolverla nel tempo. La determinazione: quando il mercato non risponde, non puoi sparire — devi capire, correggere, ripartire. Il sacrificio: tempo, energie, relazioni. Non si costruisce nulla senza mettere qualcosa di proprio sul tavolo. L’autoformazione: il mondo cambia più veloce dei programmi universitari, e se fai startup senza studiare continuamente, resti indietro.

E poi — sì — serve anche una sana cazzimma napoletana. Che non è arroganza. È quella capacità tra l’attesa resiliente e l’intelligenza veloce. È quella forza che ti fa dire “ora io”, “segno, raccolgo, metto in rete”, e non accontentarsi, e “non mi fermo qui”.

Come si traduce tutto questo in pratica? È un misto di hic et nunc— qui e ora — e di just do it. Presenza totale e responsabilità piena. Non rimandare. Non aspettare il momento perfetto. Se puoi farlo? Fallo tu! Fallo adesso! Fallo con lucidità e decisione! Anche da solo, per te, per il progetto e per chi crede in te e per chi c’ha sempre creduto!

Fare startup, innovare è un atto di disciplina continua. Non è romanticismo. È allenamento quotidiano. Il talento aiuta. La disciplina costruisce.

Il Rinascimento aveva talento. E cazzimma

Guardiamo il quadro più ampio. Ed è lì che è arrivata l’altra riflessione — quella più scomoda, e forse più italiana.

L’Italia è, per molti aspetti, la Dolce Vita. Viviamo in un contesto di bellezza rara, di cultura stratificata, di intelligenza diffusa, di una capacità artigianale di fare le cose bene che non ha eguali al mondo. Siamo il paese che ha inventato il Rinascimento. Abbiamo ancora tutto quello che serve per fare grandi cose?

Il Rinascimento non è nato dalla prudenza. È nato dal talento, certo, ma anche dalla cazzimma di chi non si è accontentato di fare bene ciò che già esisteva.

Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Brunelleschi i non hanno seguito un manuale: hanno imparato in bottega, poi hanno osato, sperimentato, sbagliato e ricominciato. Hanno alzato l’asticella quando sembrava già altissima. Hanno messo in discussione tecniche, linguaggi e regole, persino l’idea stessa di ciò che fosse possibile realizzare.

La Cupola di Brunelleschi, il David di Michelangelo, le Macchine di Leonardo non sono soltanto opere d’arte. Sono atti di coraggio. Sono il risultato di visione, competenza e ostinazione.

Il Rinascimento ci ricorda che il talento, da solo, non basta. Serve la fame, l’audacia di andare oltre. Serve la capacità di immaginare qualcosa che ancora non esiste, e la cazzimma necessaria per provare a costruirlo e metterci la firma. Ogni rinascimento comincia così: quando qualcuno smette di adattarsi al limite e decide di superarlo.

Scopa, gioco moderno e soluzione al problema

Eppure, per gli innovatori e gli startupper italiani, la quotidianità assomiglia spesso a qualcosa di molto diverso. Assomiglia a “Non ci resta che piangere“.

Avete presente il film? Massimo Troisi e Roberto Benigni si ritrovano catapultati nel Quattrocento (quasi Cinquecento, cit) — un’epoca che non capisce la loro logica, il loro linguaggio, la loro visione del mondo. E loro, con la loro intelligenza vivace e la loro umanità spiazzante, provano a spiegare come funziona il futuro a gente ferma in un presente che sembra già passato.

Ecco: questo è lo startupper italiano. L’innovatore che porta un’idea disruptive, che parla di AI, di scalabilità, di mercati globali, e si trova davanti a interlocutori — investitori, istituzioni, a volte persino imprenditori “illuminati” nei casi migliori — che ascoltano con la faccia di chi sta cercando di capire le regole di un gioco che non conosce.

Solo che il gioco non è complesso. Il gioco, il problema è che loro stanno ancora cercando di capire la scopa, come faceva Leonardo da Vinci nel film.

Intendiamoci: la scopa, il passato— l’economia tradizionale — o l’economia della riproducibilità è un gioco nobile, antico, con le sue strategie, la sua storia, e da lì veniamo: serve rispetto e studio, serve sapere da dove si viene per fare il futuro. Ma quando l’innovatore spiega l’ecosistema startup — con le sue metriche, i suoi cicli di finanziamento, la sua visione a lungo termine — e l’interlocutore “illuminato” risponde con la logica del prendere l’otto come nel film o nel non scoprire le proprie carte, la comunicazione si inceppa. Non per mancanza di intelligenza. Per mancanza di vocabolario condiviso.

Servono Autori bilingue

E allora qual è la morale filosofica di tutto questo?

Siamo nel Club Atlantico del G7, anche se l’Italia frammentata, tra nord e sud, va in tanti ambiti a velocità diverse. Ma se ci confrontassimo con il Rinascimento Tech di USA e Cina? L’Italia deve osare di più!

Forse l’Italia non ha bisogno solo di startup. In questa fase ha bisogno anche di autori e interpreti (bilingue). Persone capaci di stare con un piede nel futuro e uno nel presente, che parlino sia la lingua di chi innova sia quella di chi investe, che sappiano spiegare la blockchain a chi ancora firma i contratti con il timbro a umido.

O forse — qui l’ironia — la vera innovazione italiana sarebbe inventare una versione della scopa con le carte del venture capital. Sette preso: Serie A chiusa. Carte Oro: exit da unicorno. Scopa: pivot riuscito. Ci starebbe, no?

Un amico tempo fa mi ha fatto scoprire un proverbio napoletano: «Chiste so’ ‘e carte e chistu mazzo avemu a jucà».

Ogni epoca ha gli strumenti che si merita? Il coraggio sta nell’impararne di nuovi senza buttare via quelli vecchi.

O più semplicemente, come avrebbe detto Troisi guardandosi intorno ai TRL e al Tecnopolo di Bologna: “Massì, proviamoci.” Anche al Sud. A Napoli, sì, ma anche in Sicilia, in Calabria, in Puglia, dappertutto. Perché se non si fa un circuito, non si può capire se ci sono piloti, supercar, vetture e benzina per correre.

Riflessione napoletana e italiana nata durante la tavola rotonda IEEE Italy — Institute of Electrical and Electronics Engineers, una delle più importanti organizzazioni internazionali nel campo della tecnologia e dell’ingegneria. Al Tecnopolo di Bologna. Perché solo l’immaginazione e l’arte portano oltre il limite delle regole che conosciamo.


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