L’Eco dell’AI? (Siamo ancora capaci di ascoltare — e riascoltare — le sue lezioni)

Umberto Eco e Intelligenza Artificiale: siamo ancora capaci di senso critico?

Ci sono persone che mancano.
Non per nostalgia.
Per necessità.

Perché avevano uno sguardo che oggi manca.
Una lucidità che oggi servirebbe tremendamente.

Mi capita di riascoltare Umberto Eco su YouTube, sui social, quasi come fosse una radio di sottofondo.
Mentre lavoro.
Mentre faccio altro.
Mentre davanti a me scorre uno schermo.

Schermo che oggi genera testi, immagini, analisi in pochi secondi.

Schermo che ospita un’intelligenza artificiale capace di computare la simulazione di un ragionamento.
E, in velocità, superara quello umano.

Dieci anni senza Eco.
Dieci anni in cui, con la sua ironia, aveva chiesto di fare convegni su di lui solo dopo dieci anni.

E oggi ci siamo.

Quale sarebbe la prima domanda da fargli?
E soprattutto: quale sarebbe la prima domanda che lui farebbe a noi?

E una domanda mi torna sempre in testa.

Cosa direbbe Umberto Eco dell’intelligenza artificiale?

Ma forse la domanda vera è un’altra: Siamo ancora capaci di avere il senso critico che lui ci chiedeva?

Il privilegio di un incontro (anche indiretto)

Ho incrociato Umberto Eco solo due volte nella mia vita. Ero troppo giovane, troppo “pischello”, per capire davvero cosa significassero quegli incontri.

Ma già allora cercavo di dare forma alla mia visione, lavorando a quello che sarebbe diventato il primo libro in Italia sui new media.

Ma ho avuto il privilegio — e uso questa parola con cognizione di causa — di sfiorare i suoi studi e di fargli conoscere il mio saper fare attraverso Giovanni Anceschi, maestro per me, comune amico. Un ponte.

Con Giovanni abbiamo condiviso percorsi, riflessioni, sperimentazioni.
E attraverso lui ho potuto sentire il legame diretto con il Gruppo 63 — quel movimento di avanguardia letteraria e artistica fondato a Palermo nel 1963 che rappresentò una rottura radicale con il neorealismo e le convenzioni linguistiche dell’epoca. Uno sperimentalismo estremo che univa letteratura, critica e nuove forme di comunicazione.

Eco e gli Anceschi (Luciano padre e Giovanni figlio) ne furono protagonisti.

Ricordo e custodisco il racconto di una riunione di redazione del Verri in cui Giovanni, con il suo tono provocatorio e visionario, raccontò di aver fatto per primo in Italia un’app — “l’arte in tasca” — con un iPhone. Insieme a me, con “Prigiobbos”, come mi chiamava lui.

E ricordo la battuta di Eco:
“Come hai beccato Steve Jobs?” 🙂

Ironico. Curioso.
Sempre attento a intercettare le connessioni tra linguaggi, media, cultura.

Un altro momento che porto con me è InNoveTempi [L’Arte in Tasca InNoveTempi], opera realizzata con Giovanni Anceschi, presentata in anteprima (in versione beta) da Umberto Eco all’Auditorium del Louvre a Parigi, nel novembre 2009, all’interno del ciclo Vertigine della lista — ideato e diretto da Eco.

Giovanni mi raccontò: “Questa cosa oggi è realizzabile, perché Prigiobbo — che tutti conoscerete — mi ha fatto un ampio studio.”

In quel ciclo, Eco esplorava la lista come forma artistica e letteraria, come tensione verso l’infinito. Un’analisi che culminò nell’omonimo saggio e che dimostrava, ancora una volta, come il linguaggio non sia mai semplice rappresentazione, ma costruzione culturale del mondo.

(La presentazione italiana di InNoveTempi per iPhone 2 avvenne poi all’apertura del Museo del ‘900 a Milano, anni dopo.)

Sono episodi che oggi assumono un significato ancora più profondo.
Perché la domanda è inevitabile: cosa direbbe Eco dell’intelligenza artificiale?

Eco, la TV e la responsabilità culturale

Umberto Eco considerava la televisione un potente mezzo culturale.
Distinse tra paleotivù e neotivù:

  • La paleotivù era capace di proporre cultura alta a un pubblico vasto: Pirandello, I Promessi Sposi, teatro, sceneggiati.
  • La neotivù inseguiva l’audience, spettacolarizzava la realtà, produceva “televerità”.

Eco criticava la dittatura dello share.
Smentiva che la concorrenza migliorasse automaticamente la qualità.
Sosteneva che l’intellettuale non dovesse ignorare la TV, ma comprenderne i meccanismi per usarli in modo critico.

In un confronto con Theodor Adorno nel 1966, Eco affrontò proprio questo:
L’intellettuale non può stare fuori dai media, deve entrarci con consapevolezza.

E denunciava già allora il rischio di promuovere “lo scemo del villaggio” a portatore di verità.

Eco e il Web: le “legioni di imbecilli”

Nel 2015, Eco pronunciò una frase che fece il giro del mondo:
“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli.”

Era provocatoria, certo. Ma non era tecnofoba.
Eco non era contro la tecnologia. Era contro l’assenza di filtri culturali.

Sosteneva che:

  • l’opinione non può valere quanto un fatto verificato;
  • la democrazia della rete rischia di livellare competenza e ignoranza;
  • la scuola deve insegnare a filtrare le informazioni;
  • gli studenti dovrebbero confrontare almeno dieci fonti diverse per sviluppare senso critico.

Manipolazione e falsità non sono nate con il digitale.
Ma il digitale le amplifica.
E oggi?

AI, semiotica e linguaggio: il nodo centrale

Il problema che Eco ha studiato per tutta la vita è lo stesso che oggi affronta l’AI:
Come nasce il significato?

Qui entrano in gioco discipline che non sono parallele, ma strati dello stesso problema:

  • Semiotica
  • Semantica
  • Linguistica
  • Linguistica computazionale
  • NLP (Natural Language Processing)
  • LLM (Large Language Models)
  • Intelligenza Artificiale

1. Semiotica

Studia i segni e come producono senso. Un segno rimanda a qualcos’altro. Il significato è relazione.

2. Semantica

Studia il significato linguistico: ambiguità, relazioni tra parole, composizione del senso.

3. Linguistica computazionale

Trasforma la teoria linguistica in modelli algoritmici.

4. NLP e LLM

Apprendono pattern statistici del linguaggio. Costruiscono rappresentazioni vettoriali del significato.

5. AI

È l’infrastruttura che scala tutto questo.

Il punto di contatto con Eco

Per Eco, il significato non è nel segno. È un processo di interpretazione.

Ogni interpretazione genera nuove interpretazioni.
È la semiosi illimitata di Peirce:

segno → oggetto → interpretante → nuovo segno → nuova interpretazione

Eco parlava di enciclopedia: il significato non è un dizionario, ma una rete culturale.
“Cane” non è solo una parola riferita a un solo concetto. È una rete di associazioni di concetti riferiti a oggetti reali e inventati, esperienze, simboli.

Gli LLM funzionano in modo sorprendentemente simile:

  • ogni parola è un vettore;
  • il significato emerge dalla posizione nello spazio relazionale.

Eco parlava di enciclopedia culturale.
Gli LLM costruiscono uno spazio vettoriale semantico.

La struttura è analoga.
Ma manca qualcosa.

Dove divergono radicalmente

Per Eco:

  • il lettore è co-autore;
  • l’interpretazione è negoziazione;
  • il contesto è storico e sociale.

Per l’AI:

  • non esiste intenzionalità;
  • non esiste coscienza;
  • non esiste esperienza vissuta.

Un LLM non interpreta. Computa e prevede
Simula coerenza. Non vive il senso.

Eco parlava di:

  • intenzione dell’autore
  • intenzione del testo
  • intenzione del lettore

Un LLM non ha nessuna delle tre.

L’opera aperta e i modelli generativi

Eco sosteneva che un’opera è aperta: lascia spazio a molte interpretazioni, ma non infinite. È vincolata da una struttura.

LLM generano testi aperti ma vincolati dal modello appreso.

Potremmo dire: LLM sono  macchine di opere aperte ma vincolate.

La domanda finale

L’AI può interpretare? O può solo correlare pattern?

Eco avrebbe probabilmente detto:
Il modello lavora sull’enciclopedia data dalla cultura e dall’esperienza.

La semiotica studia come nasce il senso.
La semantica studia come si struttura.
La linguistica computazionale elabora modelli formali per le lingue.
Gli LLM computano per generare testi di senso compiuto.
L’AI lo sescala.

Ma il senso critico?
Quello resta umano.

E poi c’è un punto che oggi, forse, è ancora più interessante

L’intelligenza artificiale non ha (ancora) superato l’uomo nel pensare.
Ha superato l’uomo nel fare.

Nella velocità. Nell’accelerazione. Nella capacità di esecuzione.

L’AI non è superiore nella profondità dell’intenzione.
È superiore nella rapidità dell’output.

Oggi permette di creare immagini, filmati, testi, prototipi, simulazioni a chi prima aveva difficoltà anche solo nel far scorrere una penna. A chi magari non possedeva strumenti tecnici, formazione artistica, competenze avanzate.

Se la televisione era un palco con enormi potenzialità culturali ma con accessi ristretti,
se il web e i social hanno aperto la possibilità di scrivere e inventare a tutti — nel bene e nel male —
l’AI fa un passo ulteriore.

Non amplifica solo la parola.
Amplifica la capacità costruttiva.

Rende possibile inventare, visualizzare, produrre.
Rende accessibile anche a chi non ha studi specifici strumenti che prima richiedevano anni di formazione.

Ed è qui che la riflessione si fa delicata.

Perché quando la produzione diventa democratica, la competenza non scompare: diventa invisibile.

E allora la domanda non è se l’AI sia potente. Lo è.

La domanda è:
Chi la usa? Con quale senso? Con quale responsabilità?

Eco diceva che il problema non era il mezzo, ma l’assenza di filtri critici.

Oggi il mezzo non è più solo diffusione. È produzione.

L’AI non si limita a dare diritto di parola.
Dà diritto di costruzione.

E costruire è più potente che parlare.

La responsabilità resta nostra

Ma, come sempre, una tecnologia è uno strumento.

Può essere amplificatore di superficialità o acceleratore di consapevolezza.

La differenza non la fa la macchina. La fa l’intenzione.
La fa la cultura. La fa l’uso.

E forse, se Eco fosse qui, non ci chiederebbe se l’AI sia intelligente.

Ci chiederebbe se siamo ancora capaci di distinguere tra potenza e senso.

Perché la velocità non è visione.
L’accessibilità non è profondità.
E l’invenzione non è automaticamente innovazione (e neppure una startup).

Il senso, ancora una volta, resta responsabilità umana.

Qui altre idee e riflessioni di antonio.prigiobbo.it

brand antonio.prigiobbo.it
Questo articolo è una riflessione personale di Antonio Prigiobbo, innovation designer, sul rapporto tra semiotica, tecnologia e responsabilità culturale nell’era dell’intelligenza artificiale.

Domande frequenti su Umberto Eco e AI

Che cosa pensava Umberto Eco dei social media?

Eco sosteneva che i social amplificassero voci prive di competenza, sottolineando la necessità di educazione al filtro critico.

Gli LLM comprendono davvero il significato?

No. I Large Language Models modellano probabilità linguistiche e correlazioni statistiche, non possiedono coscienza o interpretazione culturale.

Qual è il legame tra semiotica e intelligenza artificiale?

La semiotica studia il significato come processo interpretativo. L’AI apprende pattern linguistici. Entrambe operano sul problema del senso, ma su livelli differenti.

Leggi Anche

L'Eco dell'AI - Uberto Eco Louvre